trans
Risvegli di vario genere.
19.01.2026 |
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"Aurora la spinse contro il muro, le aprì le cosce e le infilò la lingua nella fregna mentre io guardavo, eccitata da morire..."
Mi svegliai di botto, il cuore che mi scoppiava contro due poppe estranee. Sotto le lenzuola due tette pesanti dondolavano col mio fiatone. Le mani che mi portai alla faccia erano affusolate, unghie scarlatte da sgualdrina. Scivolai più in basso, palpandomi fino alla passera già grondante. Ero diventata femmina. E in quel momento, mentre il bottoncino si drizzava al primo sfregamento e un mugolio da porca mi sfuggiva stridulo e bagnato, capii che il mio corpo non era più una corazza: era un paesaggio vulnerabile, aperto al mondo, sensibile in modo quasi crudele. Ogni nervo sembrava acceso, pronto a esplodere al minimo soffio.L’appartamento era il solito, la Madonnina del Duomo che spiava dall’alba. Sofia russava nuda accanto a me, tette al vento, chioma nera incasinata sul guanciale. Ricordi sfocati: da mesi ci si divorava come due lesbiche affamate. Aprì gli occhi, mi fece un sorrisetto da stronza e biascicò «Buongiorno, Elena». Il mio nome da puttanella.
Mi si avventò addosso con la lingua in gola. Mi strizzò le mammelle, torse i capezzoli fino a farli diventare chiodi. Scese giù, mi spalancò le cosce e mi divorò la fregna: lingua che roteava sul clitoride, succhiate feroci, due dita che mi trivellavano dentro cercando il punto giusto. Schizzai come una fontanella, bagnandole la faccia mentre urlavo da cagna in calore. Eppure, in mezzo al piacere animale, sentivo una nuova tenerezza: il mio corpo femminile rispondeva non solo con spasmi, ma con ondate lente, profonde, che partivano dal ventre e si irradiavano fino alle dita dei piedi. Essere donna significava questo: una sensibilità che moltiplica il godimento, che lo rende quasi insopportabile.
Poi la capovolsi: le affondai la lingua nella fichetta rasata, le succhiai il bottoncino mentre lei mi infilava le dita nella passera e nel culo contemporaneamente. Venni di nuovo, scossa da brividi violenti. E lì capii la dualità: potevo dominare con la bocca, con le dita, con la fame, ma allo stesso tempo mi arrendevo completamente quando ero io a essere penetrata. Dominare ed essere dominata non erano più opposti; erano due facce della stessa estasi.
Era una goduria assurda. Ma la bestia dentro di me voleva essere sfondata da un uccello vero, voleva sentirsi posseduta fino in fondo, voleva quel senso di pienezza che solo la resa totale può dare.
Qualche giorno dopo, Sofia fuori per lavoro, scaricai l’app e beccai Marco: fisico da macho da palestra, occhi da porco. Ci incontrammo in un buco lurido di Porta Venezia. Mi infilò la mano sotto la gonna sotto il tavolo, già fradicia. Finimmo da lui.
Mi sbatté al muro, mi palpò le tette come se volesse strapparle, mi morse il collo fino a lasciare lividi. Mi voltò, mi piegò sul divano. Mi leccò la passera e il buco del culo, poi me lo piantò dentro con un colpo secco: mazza grossa e venosa che mi allargò senza pietà. Mi pompò come un forsennato, tirandomi i capelli, sculacciandomi fino a farmi il sedere viola. Venni due volte stringendolo dentro, poi lui scaricò una bordata di sborra calda che mi colò lungo le cosce come una sgualdrina usata. E mentre il piacere mi squassava, riflettevo: da uomo il godimento era acuto, localizzato; da donna era diffuso, oceanico, mi invadeva le vene come veleno dolce. Essere dominata così, riempita fino al limite, mi faceva sentire viva in un modo che non avevo mai conosciuto.
Lo incontrai di nascosto un sacco di volte: pompini fino a soffocare, legato al letto con un tappo nel culo mentre mi trivellava la fica, il tradimento che mi faceva esplodere più forte.
Poi arrivò la sera che mi mandò in tilt.
Ero sola in un club schifoso sui Navigli, dopo l’ennesima scenata con Sofia. Al bancone c’era lei: Aurora. Alta, capelli castani lunghi, trucco da dea del peccato, vestito nero che le fasciava le tette rifatte e i fianchi da pornostar. Voce bassa e sensuale, da trans mtf che si è pompata gli ormoni ma ha tenuto l’uccello perché lo adora. Orgogliosa da morire: «Il mio pisello è mio, lo tengo perché mi fa sentire completa… e perché il mio culo è una fissa che non mollo mai. Lo do, lo prendo, lo vivo».
Chiacchierammo, ci sbronzammo, mi prese per mano e mi trascinò in un privé illuminato da luci rosse da bordello.
Mi baciò come se volesse divorarmi. Mi strappò i vestiti, mi strizzò le poppe, mi infilò le dita nella passera fradicia. «Succhiamelo», mi ordinò con un ghigno. Si spogliò: tette sode, capezzoli turgidi, e tra le gambe un cazzo duro, spesso, venoso, rasato a zero. Ma fu quando si girò e mi mostrò il culo sodo, rotondo, depilato, che capii la sua ossessione: «Il mio buco del culo è sempre pronto. Lo voglio riempito, lo voglio usare per farti impazzire».
Mi fece inginocchiare. Leccai prima il suo uccello: lingua sulla punta, gola profonda, saliva che colava. Poi mi fece girare la testa: le infilai la lingua nel culo, lo spalmai di saliva mentre lei gemeva e si masturbava il pisello. «Brava puttana, leccami il buco». Poi mi sdraiò, mi leccò la fregna fino a farmi urlare, poi mi infilò il cazzo nella passera, pompando piano. Ma dopo pochi colpi lubrificò e me lo spinse nel culo: lento, profondo, dilatandomi fino a farmi gridare di piacere bruciante. Venni urlando, il corpo che tremava mentre mi sfondava il sedere. E in quel momento capii: il culo femminile è un portale di resa assoluta, un luogo dove il dolore si trasforma in estasi pura, dove la maggiore sensibilità amplifica ogni spinta fino al limite del sopportabile.
Invertimmo: io sopra, cavalcandolo con il suo pisello nella fica, poi lei mi girò e mi prese di nuovo da dietro, alternando passera e culo. Ma la sua fissa esplose quando le chiesi di darmi il culo. Si mise a quattro zampe, culo in alto: «Riempimi». Le infilai tre dita nel buco del culo mentre le succhiavo il cazzo, poi presi un dildo dal suo borsello e glielo piantai dentro, pompando forte mentre lei si segava. Veniva urlando, sborrando sul lenzuolo mentre il culo le si contraeva intorno al giocattolo. Dominarla così, riempirle il sedere mentre lei godeva del suo stesso uccello, era un potere nuovo, femminile, fatto di delicatezza feroce.
Passammo ore: pompini sporchi, penetrazioni in ogni buco, dita e lingue ovunque, lei che mi scopava il culo con il suo uccello fiero, io che le riempivo il sedere con dita, lingua, dildo. Ogni volta che le entravo dentro col giocattolo lei gemeva: «Sì, sfondami il culo, è la mia droga».
All’improvviso la porta del privé si spalancò di schianto. Sofia, occhi rossi di rabbia, capelli scompigliati, irruppe urlando: «Che cazzo fai, Elena? Con questa… questa…». Si bloccò. Aurora era ancora a quattro zampe, culo arrossato dal dildo, cazzo gocciolante di sborra e saliva, tette che dondolavano. Io nuda, sudata, con il culo dilatato e il viso sporco.
Sofia rimase ferma, bocca aperta. Aurora si rialzò lentamente, si avvicinò con un sorriso da predatrice. «Vuoi litigare o vuoi assaggiare?». Sofia tremò, ma non si mosse. Aurora le sfiorò il viso, poi le labbra. Sofia non si ritrasse. Un secondo dopo si stavano baciando come due animali: lingua contro lingua, mani che strappavano vestiti. Aurora la spinse contro il muro, le aprì le cosce e le infilò la lingua nella fregna mentre io guardavo, eccitata da morire.
Poi Aurora si girò verso di me: «Aiutami a farla venire». Insieme le leccammo la passera, succhiandole il clito, infilandole dita ovunque. Sofia gemeva, si contorceva, poi Aurora si posizionò dietro di lei: «Vuoi il mio cazzo?». Sofia annuì, disperata. Aurora le lubrificò il culo con la saliva e glielo infilò piano: Sofia urlò di piacere, il culo che si apriva intorno a quel pisello spesso. Io mi misi davanti, leccandole la fregna mentre Aurora la sfondava da dietro. Sofia venne come una pazza, schizzando sulle mie labbra, il corpo scosso da spasmi.
Alla fine, tutte e tre sudate fradice e sfatte sul divanetto, Aurora mi fissò dritto negli occhi, con Sofia accasciata tra noi:
«Non so che cazzo ti è capitato… ma io sono fatta così, con l’uccello e il culo sempre aperti. E guardate un po’: anche la tua ex sa apprezzarlo.»
Sofia, ansimante, mormorò solo: «Cazzo… non me l’aspettavo». Io sorrisi. Aurora rise piano.
Mollai Marco. Con Aurora (e a volte Sofia che tornava per una “scenata” che finiva sempre allo stesso modo) iniziò il vero delirio: amore sporco, autentico, buchi riempiti in ogni modo possibile, culi sfondati e piselli orgogliosi al centro di tutto.
Ogni volta che la guardo – capelli scompigliati, ghigno da stronza appagata, culo arrossato e pisello che si drizza solo per me (e per chi capita) – so che ho trovato il mio posto. Questo corpo femminile, così sensibile, così aperto al piacere e alla resa, mi ha insegnato che dominare e essere dominata non sono opposti: sono due modi di esistere, due estremi della stessa fiamma.
In questa fica presa in prestito, ho trovato una puttana che mi completa… e che ha trasformato anche la mia ex in una devota del suo culo insaziabile.
Fine. 😈
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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